Accogliere, trasformare e trasmutare nel processo terapeutico

simone-pellegrini-493653-unsplash_lowUno dei tanti modi in cui possiamo analizzare il processo terapeutico é secondo una ripartizione che consideri tre differenti fasi che poi possono anche essere considerate aspetti di un’unica modalità.

Il primo aspetto da considerare è l’accoglienza.

La base di ogni processo terapeutico è la capacità di accogliere la persona che si presenta a noi: con tutta la sua problematicità, con tutta la sua bellezza e ricchezza. Senza accoglienza non credo sia possibile l’avvio di un reale processo terapeutico. Accogliere è certamente molto semplice, in quanto non richiede particolari competenze e conoscenze; ma è anche estremamente difficile a volte, poiché richiede la nostra capacità di sospendere il senso del giudizio (che pure ci verrà utile più avanti nel nostro rapporto terapeutico) per dare invece spazio alla capacità di accettazione incondizionata. In termini di organi della medicina cinese richiede un buon funzionamento della Milza, la Terra, l’aspetto materno di amore incondizionato. E poi non si tratta solo di accogliere la persona, ma anche il suo disagio, riconoscendolo come parte di un processo naturale in cui malattia e salute sono due aspetti del processo di vivere. Accogliere la malattia o disagio vuol anche dire poterlo vedere per come è e come si manifesta, piuttosto che volerlo interpretare e valutare.

La seconda fase è la trasformazione.

E’ questa la fase in cui subentra l’aspetto interpretativo e di valutazione. Per poter aiutare la persona che abbiamo accolto, ci rendiamo conto di dover tener conto di che cosa “non funziona”. E per fare questo abbiamo bisogno di “polarizzare”, di separare, distinguendo cosa va bene e cosa non va bene: possiamo analizzare il suo disturbo in termini di squilibrio Yin Yang, di calore e freddo, di vuoto e pieno, di alto e basso, di esterno o interno o con altri criteri ancora. Polarizziamo per poter capire, e polarizzando siamo nel conflitto, nel bisogno di cambiare ciò che non funziona affinché funzioni: di tonificare il vuoto o di disperdere il pieno, di eliminare un dolore o di rilassare una tensione, di far scendere o salire l’energia per poterla riequilibrare. Osserviamo e studiamo lo squilibrio per muoverci verso un nuovo equilibrio. Qualcosa non funziona e noi cerchiamo di farlo nuovamente funzionare, qualcosa è bloccato e noi lo muoviamo, qualcosa è sovra stimolato e noi lo sediamo. E’ l’approccio per opposti, è il conflitto, è la dicotomia. E’ la lotta fra il Qi corretto e il Qi perverso.

Abbiamo qui il coinvolgimento, nel terapista, del Polmone, che è molto associato al senso del giudizio, ma anche del Fegato che è quello che pianifica e imposta l’attività futura.

La terza fase è quella del trasmutare.

Qualunque sia il processo che si è attivato con l’insorgere della malattia, qualunque sia la turba che ha portato ad uno squilibrio e qualunque sia la modalità che abbiamo poi attivato nel processo di trasformazione per portare ad un nuovo equilibrio, dobbiamo e possiamo invitare la persona a cambiare, in piccolo o in grande, la sua modalità di vedere la vita e di reagire agli eventi della vita. Questa fase richiede in particolare la stimolazione degli organi di senso, poiché è attraverso gli organi di senso che noi percepiamo il mondo in un certo modo ed è quindi attraverso gli organi di senso che possiamo cambiare la nostra percezione del mondo e di noi stessi di conseguenza. Invitiamo la persona a guardare con occhi diversi, a gustare con bocca diversa, a sentire quello che viene detto con orecchie diverse, ad essere diversa nel suo contatto “di pelle” con il mondo; perché è la sua modalità di contatto con il mondo che ha in qualche modo reso possibile l’attivarsi del processo che ha portato all’insorgere del disagio e mantenendo la stessa modalità, anche se abbiamo con il secondo livello agito sul riequilibrio, vi è una forte probabilità che la persona tenda a gravitare verso lo stesso tipo di squilibrio.

Questo è l’asse Cuore – Rene, è lo Shen che cambia il Jing. Il Jing, la nostra Essenza, è di per sé data al momento del concepimento e quindi immutabile, ma modificando il nostro Shen, modificando le nostre aspirazioni e passioni, di conseguenza ridirigiamo il nostro Jing che quindi muta. Ecco allora che la persona non solo riesce ad uscire dallo stato di disagio e squilibrio in cui si trova, ma può evitare il ripetersi delle circostanze che l’avevano portata verso la malattia.

Ma non è solo il terapista che deve attivare questi aspetti in sé. Anche il paziente dovrà riuscire a sviluppare accettazione per il suo disagio, essere disposto a cambiare ciò che ha creato il suo stato di malattia e da ultimo essere pronto a cambiare qualcosa in sé. E questo cambiamento, questo rinnovamento del sé, rappresenta anche il significato più profondo dell’ammalarsi stesso.