Curare le ferite

pexels-photo-340705 MOD2Molto spesso le persone che decidono di intraprendere un percorso di crescita personale, sia esso nella forma di terapia o come cammino spirituale, lo fanno perché sentono di essere giunti al punto di non poterne più della condizione che vivono. Si può trattare di un problema fisico o psichico che si è andato via via aggravando, può essere una sorta di insoddisfazione esistenziale, oppure il voler chiudere con un passato di cui ci vogliamo liberare: abbiamo deciso di lasciare la vita mondana con tutte le sue complicazioni e conflitti per diventare monaci, abbiamo deciso di chiudere una relazione affettiva che ci faceva solo male, vogliamo dimenticarci il rapporto doloroso e disastroso con  un nostro genitore, vogliamo liberarci di un mal di schiena, di una colite o dello stato di ansia in cui ci muoviamo.

Vogliamo, in piccolo o in grande, dare un taglio con il passato, e per fare questo spesso ci focalizziamo sul nuovo che si apre davanti a noi, avviando un lavoro personale per vivere in modo diverso rispetto a prima: ci affidiamo ad un terapeuta che possa aiutarci, abbandoniamo vecchie abitudini o frequentazioni, iniziamo nuove pratiche, cambiamo il nostro stile di vita. Tutto questo è molto importante poiché ci aiuta a modificare la nostra percezione del mondo e quindi a dare un nuovo significato al mondo. E’ un lavoro duro e lungo che richiede perseveranza e pazienza, e anche umiltà; e nella mia esperienza personale richiede anche di saper coltivare la capacità di volerci bene e di apprezzarci, per non farci prendere a volte dalla negatività e dallo sconforto.

Spesso però, pur avendo avviato tutti questi processi, le cose non vanno come vorremmo o come ci aspetteremmo che dovrebbero andare visto il grande impegno che ci abbiamo messo; ci sentiamo in qualche modo “appiccicati al passato”, bloccati, incapaci di un reale procedere. In un disturbo fisico  vediamo segni di miglioramento seguiti da un ritorno alla vecchia condizione, che ci irrita e deprime dandoci un senso di frustrazione e irritazione. Se è a livello psichico che stiamo lavorando, ci sentiamo ingabbiati in qualcosa che non procede da nessuna parte, con la vita che continua ripresentarci situazioni e modalità di reazione che sono sempre quelle. Nel cammino spirituale poi ci rendiamo conto di esserci illusi di aver risolto il passato, che invece torna a visitarci insistentemente. Ci chiediamo allora cosa abbiamo sbagliato o cosa manca, che cosa ci impedisce di progredire nonostante gli sforzi e l’impegno che ci stiamo mettendo.

Diviene allora importante, come prima cosa da fare, guardare e confrontarci con “le nostre ferite”; confrontarci con loro e guarirle, sanarle. Diventa allora molto importante come prima cosa guarire queste ferite per poter poi procedere sul nostro cammino. Abbiamo camminato a lungo su di un sentiero per renderci conto che non era quello il nostro sentiero, abbiamo amato ma senza sentirci amati, abbiamo lavorato senza sentire i frutti del nostro lavoro, a volte ci sembra di aver vissuto per niente o di non aver vissuto come avremmo voluto. Abbiamo rimpianti, rimorsi, astio verso determinate persone che ci possono aver ferito e danneggiato. Oppure non sentiamo nulla di tutto questo ma abbiamo dei sanguinamenti, interni od esterni: i nostri visceri sanguinano, la nostra pelle sanguina, e poi si forma la crosta, la cicatrice, e poi sanguina di nuovo. Le ferite del passato sono ancora aperte. Spesso in questi casi la nostra lingua ha una profonda fessurazione centrale verticale (o più di una). Alcune di queste ferite sono più profonde e altre meno, ma tutte comunque richiedono di essere guarite, sanate, risolte. Alcune lasceranno la loro cicatrice, un ricordo della profondità dell’esperienza che abbiamo vissuto. Non conosco formule magiche per sanare le ferite del passato, se non la disponibilità a riconoscerle e a confrontarci con loro; senza paura. Una volta il Maestro Jeffrey Yuen ha detto a proposito delle ferite che “le ferite sono anche un’apertura, un’apertura attraverso cui la luce può entrare”. La trovo una frase bellissima che mi commuove. Non è il compiacimento delle proprie ferite e difficoltà, ma riuscire a vedere in loro, oltre al buio del dolore, la possibilità dell’aprirsi alla luce.