Entrare nella notte e fare i conti con il passato

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Mi addormento e dopo poche ore mi risveglio con un senso di oppressione, di fastidio, di qualcosa che si muove e non trova una sua direzione, una sua liberazione. Sento lo stomaco in parte contratto, il cuore che batte più veloce del normale. Poi si acquieta, ed è il respiro ad essere affannoso. E poi arrivano i pensieri, e più che pensieri sono immagini, emozioni, sensazioni. E’ lo scorrere di un fiume in piena, che solo a tratti si calma. Penso al giorno precedente e alla sua fatica, piccola confrontata con quello che sto sentendo, e mi rendo conto che gli eventi della giornata sono solo serviti a dare stura a questo fiume che aspettava da tempo. Non è il giorno precedente che mi scorre davanti, ma sono gli ultimi anni, forse decenni, con tutta la loro carica emotiva irrisolta. E’ un volume che non sento di poter gestire. Il tempo trascorre e pare che l’onda aumenti e poi a tratti si riduca, ma solo per trovare un filone nuovo.

Il silenzio, il buio e l’immobilità della notte, acquietando le stimolazioni sensoriali esterne danno spazio a tutto ciò che da dentro vuole ancora muoversi e urlare. il  passato irrisolto è lì, pronto ora a far sentire la sua voce; a sussurrare a tratti, a urlare in altri momenti.

C’è un momento, più momenti, in cui pare davvero ingestibile, ingovernabile, semplicemente troppo. Poi lentamente, se siamo disposti a non fuggire, possiamo trovare una piccola isola di quiete in questa tempesta. Momenti in cui le emozioni non ci travolgono pur essendo sovrastanti, momenti in cui qualcosa da dentro, dal profondo, ci dice che possiamo farcela, che sarà dura ma che possiamo farcela. Non ora, non subito, ma possiamo farcela. Nella massa di voci che urlano dolore, possiamo sentire un piccolo canto di pace, che appena sussurra. Dobbiamo allora riuscire a dargli spazio a farlo crescere. E’ dentro di noi come tutto il resto. E’ un filo di luce nell’oscurità della notte, è una voce di quiete nel coro del caos. Il solo fatto di sapere che c’è, ci dà allora conforto.

Ricordo da bambino una febbre alta e mio padre di ritorno dal lavoro che mi pone la sua mano fresca sulla fronte. La febbre è ancora lì con tutta la sua virulenza, ma non è più quella di prima. Ecco che non c’è più disperazione ma fatica; la fatica di confrontarsi con emozioni, magari anche già elaborate ma non veramente risolte. Ci addormentiamo infine nel conforto di quell’angolo di quiete che abbiamo trovato; e poi arrivano i sogni, alcuni ci aiutano ad elaborare le emozioni, ma altri le attivano ulteriormente ed ecco che ci risvegliamo agitati con il cuore che batte forte, troppo forte. Il lavoro della notte non è ancora compiuto. E poi il cuore si calma, almeno in parte; non siamo più spaventati, la voce di quiete del profondo inizia a riprende un po’ di spazio se siamo disposti a darle spazio. E  ci riaddormentiamo, ora un po’ meglio, un po’ più profondamente, ed infine arriva la luce del giorno.

E con il giorno c’è la ripresa delle attività, il fare, l’andare. Gli stimoli del mondo esterno catturano i nostri sensi e la nostra mente è presa dal dover agire e programmare. Forse per questo tutto allora pare meno drammatico e assoluto. Ma anche durante il giorno cerchiamo di restare in contatto con quello spazio di quiete che così faticosamente e dolorosamente siamo riusciti a trovare dentro di noi durante la notte e facciamolo crescere. Perché è quella voce, nostra non meno delle altre, che potrà davvero farci saldare i conti con il passato per procedere più leggeri nel giorno.