Invecchiare, “Fare meno, fare meglio”

Dal momento in cui veniamo al mondo iniziamo ad invecchiare, nel senso che iniziamo a utilizzare e quindi consumare l’energia vitale (Jing) che ci è stata assegnata con il concepimento, per consentirci di muoverci nel mondo e di fare esperienza della vita.


01_larry-li-uZqJVqwFxMQ-unsplash_m

Le modalità, le quantità e le caratteristiche di questo consumo hanno variazioni infinite da soggetto a soggetto; ma comunque quello che si ha è un consumo del nostro potenziale vitale iniziale. Volendo guardare ai due estremi della vita, il bimbo appena nato può essere tutto ma non è ancora nulla, mentre l’uomo che sta per morire è già stato tutto (tutto quello che poteva o doveva essere) e quindi non può essere più niente d’altro.

All’inizio della vita le nostre risorse appaiono (e in un certo senso sono) “infinite” e il compito principale, la focalizzazione, è soprattutto sull’espansione, sulla crescita, su dare vita alle possibilità che sono in noi per conseguire quelle mete che sentiamo essere nostre, qualunque esse siano. Sono le fasi dell’infanzia, dell’adolescenza e della prima maturità. E’ come un fuoco molto potente che manda fiamme in più direzioni, per esplorare conoscere e sondare. Poi gradualmente questo moto di espansione si riduce e si inizia a focalizzare le proprie risorse su mete specifiche e selezionate: sul metter su famiglia, sulla carriera, sullo studio di materie specifiche, sullo sviluppo di una professionalità, sul conseguire agiatezza economica, e così via. E’ la fase che associamo alla “maturità”, è la fase del dare senso e pienezza agli slanci vitali di prima. Le energie disponibili sono ancora tante, ma non  più “così tante”. Ci si rende conto di aver bisogno non solo di espandere ma anche di consolidare, di conservare.

E poi viene la terza fase, quella che si associa alla vecchiaia. Abbiamo portato a compimento le mete della fase precedente, oppure se non l’abbiamo fatto ci rendiamo comunque conto che non potremo più realizzarle. Se non abbiamo avuto un figlio non potremo più averne; se non siamo riusciti a divenire famosi come volevamo difficilmente lo potremo fare da anziani. E’ il momento del “bilancio della nostra vita”, bilancio che ci può soddisfare o meno, ma tale è. Per questo è anche un momento di grande crisi e a volte di grande depressione. Non c’è più l’idea di poter fare ciò che non si è fatto finora. E’ una fase della vita in cui inevitabilmente ci dobbiamo anche confrontare con le cose irrisolte e che abbiamo per tanto tempo messe da parte. Potremmo anche dire che la vita ci presenta il conto, ci costringe a confrontarci con ciò che abbiamo realizzato e ciò che non abbiamo realizzato. Non possiamo più occultare, far finta di niente. Il mondo non riesce più a distrarci e nemmeno il nostro corpo: quel problema dovuto ad una brutta caduta da giovani e che per anni non aveva dato segni ora si fa sentire come dolore nelle nostre articolazioni, quell’ansia che avevamo occultato lavorando dodici ore al giorno e scaricata sui problemi lavorativi ora è lì come una fedele compagna, quel senso di fallimento che avevamo mascherato prendendocela con qualcuno ora ci travolge come un fiume in piena. Nulla si può più rinviare e alcune cose sentiamo di non poterle risolvere.

Ma anche se il bilancio è positivo sicuramente ci troveremo ad osservare cose che avremmo voluto almeno in parte diverse, cose che non abbiamo fatto e avremmo voluto fare e cose che abbiamo fatto e non avremmo voluto fare. Forse siamo soddisfatti delle nostre mete lavorative, ma non di quelle affettive o il contrario. Forse ci troviamo soli e non pensiamo più di poter trovare qualcuno che ci stia di fianco.

Diviene allora molto importante coltivare la capacità di lasciar andare, di saper riconoscere che qualcosa si è compiuto e che non sta a noi nemmeno giudicare come si è compiuto, ma riconoscere e accettare il suo compimento. E’ importante saper lasciar andare anche le cose che si sono compiute come volevamo, non solo quelle che non ci hanno soddisfatto, in modo da non rimanere perennemente attaccati a quello che abbiamo conseguito, che diviene per noi allora un blocco che ci impedisce di poter andare avanti.

Possiamo provare a vedere la nostra vita come una nostra creazione, come un insieme di opere d’arte che abbiamo realizzato, e alcune di queste ci piacciono più di altre, e alcune ci lasciano totalmente insoddisfatti. E quelle che ci piacciono vorremmo tenerle per noi e delle altre liberarcene. Ma in realtà tutte rappresentano quello che noi siamo, o meglio quello che siamo stati e allora non si tratta più di creare grandi cose, ma di saper lasciar andare le nostre creazioni.

Questo non vuol dire non fare più nulla; anzi. Si continua a fare, ad agire, ma senza la pressione di dover conseguire chissà che cosa, chissà quali mete. E’ un fare più libero, è un fare che si associa molto al contemplare. Anziché focalizzarci sul creare nuove cose possiamo osservare cosa abbiamo creato, cosa abbiamo realizzato e farlo crescere ancora e meglio; in un modo più sottile e profondo, liberi dalla pressione del mondo esterno. Si perché è una fase in cui il il mondo non ci chiede più molto e allora invece di pensare a conquistare il mondo possiamo finalmente rivolgerci alla conquista di noi stessi.