Le 5 virtù Confuciane

Con questo inizia un ciclo di cinque articoli dedicati ad una riflessione sulle cinque virtù del Confucianesimo, ma presenti anche nel taoismo e che sono associate ai 5 Organi come le più note cinque emozioni secondo il seguente schema:

Fegato

Cuore

Milza

Polmone

Reni

Collera

Ansia/Gioia

Riflessione/Ossessione

Tristezza/Lutto

Paura

Benevolenza

Rettitudine

Lealtà

Integrità, Pietà e Rispetto

Fede o fiducia

peter-john-maridable-53936-unsplash_lowIn questo primo articolo parleremo del Fegato a cui viene associata l’emozione della Collera e la virtù della Benevolenza o Compassione.

Il carattere cinese che viene tradotto come collera è Nu e indica una donna in catene. Pensando all’epoca storica antica in cui questo carattere si è sviluppato, abbiamo l’idea della donna come essere indifeso rispetto al maschio guerriero, e che quindi deve subire la sottomissione, le catene.

Siamo in catene e vogliamo liberarci, e sappiamo che non potremo ottenerlo chiedendo per favore e nemmeno essendo gentili, sappiamo che potremo farlo solo con la violenza. Sentiamo che ci stanno per sopraffare e quindi dobbiamo spezzare le catene e in fretta!

Cosa ci fa sentire incatenati nella vita e sottomessi. Cosa scatena la nostra collera? A volte qualcosa di apparentemente insignificante: una parola mal detta, un gesto o un’intenzione.

La collera è l’unica fra le emozioni che si manifesta come un esubero di potenza. Tutte le altre sono più associate ad un blocco dell’energia: la paura che congela, la tristezza con la sua introversione, la riflessione, e anche la gioia, per quanto sia movimento, non è associata alla potenza della collera.

La collera si manifesta come uno sfogo di forza, e questo sfogo di forza tende a divenire violenza. Può essere violenza verbale o anche fisica, fino ad arrivare alla distruzione. Quando si prova collera si vuol far del male, c’è un bisogno di distruggere, di annientare, perché in qualche modi ci si è sentiti distrutti e annientati. Qualcosa ha minacciato il nostro essere, qualcosa o qualcuno ha riaperto una ferita sanguinante, qualcosa o qualcuno ci ha messi in contatto violentemente con un nucleo di dolore.

Il Fegato rappresenta il rinnovamento e il rinnovamento passa attraverso la distruzione: perché qualcosa di nuovo possa nascere qualcosa di vecchio deve morire. La collera diviene allora forza distruttrice e creatrice allo stesso tempo. A volte però domina la distruzione, c’è annichilimento, c’è solo voglia di cancellare tutto, di distruggere tutto, in particolare l’oggetto della nostra profonda sofferenza, del nostro senso disperato di essere incatenati, in gabbia: dobbiamo trovare una via di uscita, una via di fuga e per farlo dobbiamo camminare sul cadavere del nostro carceriere. Non si fugge dalla gabbia chiedendo “per favore”. Possiamo dirigere questa violenza e forza su una persona, o deviarlo su di un oggetto o anche dirigerlo al nostro interno distruggendo qualcosa dentro di noi.

Ma l’oggetto della nostra collera, è solo la manifestazione di qualcosa che lavora in noi. E se non riusciamo ad entrare in contatto con questo aspetto, uccidiamo un carceriere solo per trovarne un altro. Si dobbiamo uscire dalla gabbia, questo ci dice la collera, dobbiamo spezzare quelle catene, ma la collera potrà farlo solo se diventa liberatoria.

Ecco  allora che arriva la benevolenza, che pare la negazione della collera stessa. Come è possibile che la nostra furia distruttiva che vorrebbe annientare chi ci sta intorno, e forse annientare noi stessi, possa divenire benevolenza, “voler bene”? Sembra proprio impossibile. Come è possibile che la mia disperazione e il mio senso di impotenza divengano liberazione?

Questo si può realizzare solo quando siamo riusciti a spezzare quelle catene. Allora possiamo provare un profondo senso di compassione per quelle catene che ci avevano tenuti legati e per tutte quelle persone che come noi sono o sono state in catene. La benevolenza arriva solo con la liberazione. Il vero scopo della collera è di renderci liberi, di renderci liberi dai nostri schemi che ci hanno messo in gabbia, liberi dal vecchio sé che continua a mettersi in situazioni di catene e di impotenza, liberi dalla convinzione di non poter essere liberi. Allora subentra un senso di leggerezza, allora il cuore che si era chiuso nella collera furiosa inizia ad aprirsi; spesso si deve passare attraverso la tristezza, un senso di lutto per qualcosa che sta morendo e poi solo allora il cuore si apre. Dal Legno si entra nel Metallo e da questo al Fuoco. E’ il ciclo di controllo alla rovescia, dato che il fuoco controlla il Metallo e il Metallo controlla il Legno. Qui invece il Legno entra nel Metallo e da qui nel Fuoco; andiamo alla rovescia perché non si tratta di controllare, ma di liberarci dal controllo.

Possiamo allora scoprire che la natura profonda della collera è di liberarci, ma che questa libertà possiamo dire di averla pienamente acquisita solo quando sentiamo la compassione e d’altro canto per sviluppare compassione abbiamo bisogno di confrontarci con la collera, con quelle catene che ci opprimono, con quel sussulto del nostro Cuore che non riesce a lasciarci volare.

Siamo a terra e qualcuno sta sopra di noi comprimendo il nostro petto, ci sembra di soffocare, non possiamo muoverci ne respirare liberamente, sentiamo una rabbia impotente, impotente perché non abbiamo la forza di tirarci in piedi e scrollarci di dosso quel macigno; poi qualcosa dentro di noi si attiva, potente e spaventoso, qualcosa ci dice che noi possiamo e dobbiamo liberarci. Ma questo montare della collera non è ancora la liberazione; è solo, se l’ascoltiamo, la percezione che possiamo liberarci, che possiamo andare oltre le catene che gli altri o noi ci siamo posti. E quando finalmente siamo in piedi, quando il gigante mostruoso che sentivamo di voler distruggere è solo un nano che ci fa tenerezza, allora arriva, vasta e dolce, la benevolenza o compassione.