La meditazione…un passaporto verso l’Infinito

La meditazione...un passaporto verso l'Infinito | Tao Alchemy di Franco Bottalo

Un aspetto fondamentale della pratica meditativa è aspettare. Spesso pensiamo di dover fare qualcosa, di agire per poter avere dei risultati; e ci aspettiamo dei risultati da quello che facciamo. Ma l’essenza della pratica meditativa è il “non fare”, nel senso di non avere aspettative, di non cercare qualcosa. Il vero modo di trovare è di non cercare. Perché se cerchiamo qualcosa, avendo già in mente qualcosa ci escludiamo dalla possibilità della scoperta di tutto ciò che non è quel qualcosa.

Il Maestro Jeffrey Chong Yuen disse che la meditazione non è cercare qualcosa, ma trovare noi stessi. Non cambiare noi stessi, ma trovare noi stessi, la nostra essenza.

Spesso pensiamo che la pratica meditativa ci porterà certe cose: come uno stato di calma, una visione profonda, un’espansione della consapevolezza, un senso di pace profonda come lo leggiamo nelle immagini dei Budda seduti in meditazione. E invece ci ritroviamo con un persistente dolore al gluteo destro, o con un senso di costrizione del Cuore come se tutto il freddo del mondo ci fosse entrato dentro e ci stringesse, o semplicemente con un senso di noia.

Meditare è lasciare che tutto questo accada. Possiamo anche invece vedere luci colorate o sentire di amare tutto il mondo. Per l’essenza della pratica meditativa non c’è differenza. Meditare è aprirsi a ciò che è, qualunque cosa sia; e tutto questo (il dolore al gluteo come le luci colorate) è in qualche modo solo una distrazione della nostra mente, una distrazione necessaria, un far pulizia, un liberare latenze, usate la parola che preferite. Sì, un fare pulizia per poter avere accesso alla nostra essenza.

Chi riesce ad entrare in contatto con questa essenza, questo Sé profondo, prova poi a dare delle indicazioni di cosa sia come guida per gli altri. Spesso però inevitabilmente si usano parole che possono essere poi fuorvianti nella pratica. Il termine che più spesso viene utilizzato è quello di luce, di luminosità. E sicuramente è così, e in alcune pratiche si lavora specificatamente per attivare questa luminosità con immagini o altro. E’ però importante sapere che anche questo è solo un modo per muoverci verso quella condizione e non la condizione.

La vera essenza della pratica non è immaginare luci bianche, o porte che si aprono, o vedere colori o recitare mantra. Tutte queste, che sono stimolazioni degli organi di senso, ci servono solo per andare oltre gli organi di senso ed aprirci ad una percezione più vasta. Raggiungo la saturazione del vedere per andare oltre il vedere degli occhi, raggiungo la saturazione del suono per andare oltre il suono.

Ecco la ripetizione. Sì, perché la meditazione, qualunque sia la forma che praticate, è nella sua essenza ripetizione, ripetizione, ripetizione.

Ed ecco la pazienza, il saper aspettare. Per molti di noi non è facile aspettare. Vogliamo agire, esercitare la nostra volizione; vogliamo fare, perché è facendo che pensiamo di poter cambiare. Nella pratica meditativa il fare consiste semplicemente nel creare le condizioni affinché ciò che si vuol rivelare si possa rivelare. Abbiamo una stanza senza distrazioni, accendiamo un incenso o una candela, troviamo una posizione corretta, seguiamo una certa modalità di pratica per un certo tempo. Questo è tutto; quello che poi succede non dipende da noi.

E’ come una donna che aspetta un figlio: non fa nulla per lo sviluppo del feto, semplicemente aspetta, aspetta per nove mesi. Anche lei poi, come il meditante, attiva alcune condizioni che favoriscano lo sviluppo del bimbo: una certo tipo di alimentazione, non stancarsi troppo, e così via. Ma è consapevole che ciò che accadrà prescinde da lei e da quello che sta facendo, che sta solo favorendo, agevolando qualcosa di molto più vasto e potente e che prenderà direzioni e forme che lei non sa e non può “gestire”. Nella tradizione taoista si parla proprio di generare, attraverso la pratica, il “feto o embrione spirituale”; feto che di solito viene visualizzato sopra la testa del meditante, a livello del punto VG20 alla sommità del capo.

Quindi da un lato c’è la “disciplina”: medito tutti i giorni per 30 minuti (o un’ora o 10 minuti), mi metto nella posizione corretta, recito un mantra, e così via. In questo modo avvio la possibilità del cambiamento in me, rendendomi disponibile a vivere questa esperienza. E nel farlo posso sperimentare tensione e altre volte stare meglio, a volte benissimo e altre molto meno e così via, perché questa è la vita con il suo continuo cambiare. 

Dall’altro lato poi c’è il saper aspettare senza avere aspettative, ma semplicemente osservando e confrontandoci con quello che accade. Questa vigile attesa, questo attendere, non è però un non far nulla: creo le condizioni che favoriscano l’aprirsi della mia consapevolezza. Saper aspettare senza aspettarsi nulla! Perché se mi aspetto qualcosa, mi escludo da altre possibilità. Se mi aspetto qualcosa (di capire me stesso, di essere illuminato, di stare meglio fisicamente o psichicamente) vuol dire che voglio diventare qualcosa, e se stiamo tentando di diventare qualcosa, c’è tensione fra quello che siamo e quello che vorremmo diventare, e questa tensione è conflitto. Mentre nella pratica meditativa si tratta di essere, e non di diventare. Si tratta semplicemente (semplicemente!) di prestare attenzione a quello che siamo, ad una maggior consapevolezza di noi stessi, niente altro, osservando ciò che scorre davanti e dentro di noi.

E questa consapevolezza espansa di ciò che muta, ci può allora portare a volte in contatto con ciò che è immutabile, con quella condizione originaria che è prima della dualità, che è totalità, completezza. Quella condizione che ci ha originato e a cui tendiamo a fare ritorno. La meditazione diviene allora un passaporto verso l’Infinito.

Franco Bottalo – Gennaio 2022

Un Commento

  1. Bianca
    5 ore fa

    Non potevi esprimerlo meglio di così, hai scritto tutto ciò che vivo ogni giorno, due volte al giorno quando mi siedo e celebro la vita e me stessa, grazie come sempre Maestro Franco!

    ù

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